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Piercarlo Fabbio Sindaco di Alessandria

   
   

   

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13/11/2005

Famiglia in emergenza: occorrono interventi!

Disamina senza fronzoli di Ugo Cavallera sulla famiglia e sulla demografia, con particolare attenzione al Piemonte. L'intervento al III Forum dei Vescovi Piemontesi in versione integrale

   

Famiglia in emergenza: occorrono interventi!

Giovanni Paolo II tre anni fa (il 14 novembre 2002) al Parlamento Italiano riunito in seduta comune tenne uno storico discorso.
Ne ricordo oggi due passaggi di grande rilevanza; il primo ci aiuta a focalizzare le urgenze: “Non posso sottacere, in una così solenne circostanza, un’altra grave minaccia che pesa sul futuro di questo Paese, condizionando già oggi la sua vita e le sue possibilità di sviluppo. Mi riferisco alla crisi delle nascite, al declino demografico e all’invecchiamento della popolazione. La cruda evidenza delle cifre costringe a prendere atto dei problemi umani, sociali ed economici che questa crisi inevitabilmente porrà all’Italia nei prossimi decenni, ma soprattutto stimola –anzi, oso dire, obbliga – i cittadini ad un impegno responsabile e convergente, per favorire una netta inversione di tendenza”.
Il secondo, evidenziando il valore della famiglia, indica una prima via di spazio per l’intervento politico: “Ma sono grandi anche gli spazi per un’iniziativa politica che, mantenendo fermo il riconoscimento dei diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, secondo il dettato della stessa Costituzione della Repubblica Italiana (cfr art. 29), renda socialmente ed economicamente meno onerose la generazione e l’educazione dei figli”.
In assoluta continuità con il suo predecessore anche Benedetto XVI nel convegno della Diocesi di Roma dello scorso giugno sottolineò: “….il valore unico e insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio e la necessità di provvedimenti legislativi ed amministrativi che sostengano le famiglie nel compito di generare ed educare i figli, compito essenziale per il nostro comune futuro”.
E ancora recentissimamente, nell’udienza generale del 3 novembre u.s., salutando i rappresentanti dell’Associazione Nazionale Famiglie Numerose, Benedetto XVI non solo ha ridelineato gli spazi d’intervento, ma ha anche indicato delle priorità: “La vostra gradita presenza mi offre l’opportunità di richiamare la centralità della famiglia cellula fondante della società e luogo primario di accoglienza e di servizio alla vita. Nell’odierno contesto sociale i nuclei familiari con tanti figli costituiscono una testimonianza di fede, di coraggio e di ottimismo, perché senza figli non c’è futuro! Auspico che vengano ulteriormente promossi adeguati interventi sociali e legislativi a tutela e a sostegno delle famiglie più numerose, che costituiscono una ricchezza e una speranza per l’intero Paese”.
Anche se gli interventi dei Pontefici si rivolgevano o ai rappresentanti della popolazione italiana o a quelli romani, il loro dire ci interpella in modo totale anche per la situazione della nostra regione.
I dati ISTAT e quelli dell’Osservatorio Demografico Territoriale del Piemonte con le rielaborazioni dell’IRES prevedono per il Piemonte una situazione sociodemografica già precisa alla data odierna e che si caratterizzerà negli anni a venire secondo queste macro grandezze:
- Decremento delle nascite: nell’arco degli ultimi 10 anni le nascite autoctone (cioè senza contare i figli nati da coppie immigrate) in Piemonte sono rimaste sostanzialmente costanti : 32.531 nel 1993, 33.500 nel 2004; però con lo stesso tasso di fecondità le nascite si ridurranno a un terzo fra 50 anni.
- Invecchiamento della popolazione: la popolazione di oltre 64 anni di età passa dal 20% del 2000 al 30% nei prossimi anni. Ne consegue una contrazione della forza lavoro che trova compensazione nella
- Pressione migratoria : nel 2004 la Regione Piemonte ha avuto un incremento migratorio del 16% che la pone al secondo posto fra le regioni maggiormente scelte dagli immigrati.

È di tutta evidenza che la questione fondamentale per poter tentare di invertire (o arginare) le tendenze negative sul piano demografico e quindi il nodo da sciogliere sta nella crisi di natalità: il Piemonte (come tutta la nazione italiana) è appesantito da una vera e propria emergenza demografica che si acuirà di anno in anno.
Insieme al Giappone siamo il paese con il più rapido processo di invecchiamento a causa del progressivo allungamento della vita e della drastica caduta della natalità.
La famiglia in Piemonte (in assoluta coerenza con il dato nazionale) diventa, statisticamente parlando, quella del figlio unico (anno 2002: Italia, 1,2 figli per coppia, Piemonte 1,23).
La mentalità ormai culturalmente dominante sottesa e creatrice di questa tendenza ci fa pensare che “mettere su famiglia” (nell’accezione che dopo diremo) non sia un’ impresa redditizia, anzi, ci convince che sia un impegno troppo gravoso, un continuo susseguirsi di sole problematiche o per lo meno una “diminutio” della qualità della nostra vita e del nostro benessere perché fare famiglia vuol dire assumersi delle precise responsabilità personali e sociali.

L’obiettivo per ribaltare questa visione negativa, allora, è quello di concepire la famiglia come una risorsa per l’uomo e per la società.

Questa affermazione non è solo una derivazione del pensiero del Magistero della Chiesa e della Dottrina Sociale, ma se ci pensiamo bene (direi “laicamente”), riconoscere la centralità della famiglia (riconoscerla cioè, come un soggetto sociale) non è una opzione ideologica o una delle tante scelte della vita, è una necessità assoluta: non c’è nulla che può sostituire la famiglia nei suoi compiti di generare, educare e curare.

Conseguentemente nelle azioni positive e nella prassi il primo problema che si pone l’uomo politico è di tipo culturale: infatti nessun provvedimento legislativo o amministrativo può intervenire sulle motivazioni umane del “fare famiglia” e quindi poi invogliare a una fertilità oggi in declino.
Su questo versante il principio di sussidiarietà aiuta a riconoscere il compito formativo e di sostegno dell’Associazionismo familiare e delle reti di solidarietà familiari mosse da ragioni ideali e capaci di sostenersi a vicenda, realtà già presenti nella società alle quali va dato il giusto sostegno, valorizzandone l’agire politico. Chi può dare questo riconoscimento? Solo la politica se sceglie di ritenere il mondo dell’associazionismo familiare l’interlocutore di riferimento.
E questo è già un primo passo per costruire politiche familiari che motivino a pensare e a vivere il rapporto coniugale come una scommessa per la vita, per la ricerca della propria felicità fino a considerare i figli come una risorsa positiva su cui vale la pena di investire per il futuro.
Infatti, la famiglia è sì il luogo primario di scambio di affetti, ma è soprattutto costituita da un uomo e una donna (ripeto un uomo e una donna) con un progetto generativo, cioè con un progetto di vita basato su un patto di rilevanza sociale. Perché? Perchè scegliere di fare famiglia è un fatto privato, ma continuare a far crescere il patto di vita diventa un fatto sociale.
La politica allora deve promuovere la famiglia in quanto tale: deve cioè metterla in condizione di svolgere i suoi compiti: di assicurare la continuità delle generazioni, di educarle e di curarle nei momenti di debolezza.

In questa prospettiva ideale vanno collocati gli ultimi interventi statali.
Il libro bianco sul Welfare si era prefissato come obiettivo quello di raddoppiare entro 10 anni le risorse prevedendo incentivi per la formazione di nuove famiglie, maggiori deduzioni fiscali per le famiglie con figli, aiuti alle giovani coppie, defiscalizzazione delle spese di accesso ai servizi del privato sociale, un ulteriore sviluppo degli asili nido e di quelli aziendali, sostegni ai nuclei familiari con in casa persone non autosufficienti.
In questo settore al di là di singoli interventi il cambiamento principale che è stato compiuto dal Governo durante questi anni si è verificato attraverso la riforma del sistema fiscale.
I due principi ispiratori attraverso cui si è operato sono stati: la progressiva sostituzione delle detrazioni d’imposta con le deduzioni dal reddito; l’introduzione di un livello minimo di reddito escluso dall’imposizione, a partire dalla soglia di povertà (no tax area).
Tali principi hanno ispirato molte iniziative: il rifinanziamento dell’assegno per i nuclei familiari con almeno tre figli minori, l’istituzione di un fondo per gli asili nido, il finanziamento per quei datori di lavoro che realizzano nidi nei luoghi di lavoro e incentivi alle giovani coppie per l’acquisto della prima casa e il sostegno alla natalità.

L’importanza di un welfare a sostegno della famiglia si completa a livello legislativo con gli interventi regionali.
Nella produzione normativa delle varie regioni italiane non c’è uniformità né cronologica, né di merito.
Lascio ad altre comunicazioni il compito di tracciare il quadro dei principi e delle azioni piemontesi (nei campi dell’assistenza, della casa, dell’immigrazione, degli anziani, dell’istruzione); voglio qui sottolineare nell’ambito dei più recenti interventi regionali (L.R. Lombardia 23/99, L.R. Lazio 32/01, L.R. Sicilia 10/03, L.R. Calabria 1/2004) i principi comuni che trovano poi realizzazioni diversificate a seconda delle risorse appostate a bilancio.
Le leggi regionali individuano queste finalità: il pieno sviluppo della persona, in tutte le fasi della vita, all’interno del nucleo familiare spostando l’asse di riferimento per il soddisfacimento dei bisogni sociali, dai livelli istituzionali alla famiglia; valorizzare la famiglia nella società civile, quale attrice e promotrice di iniziative a sostegno del welfare, riconoscendola nel duplice ruolo di soggetto beneficiario ed erogatore di risorse.
Perseguono questi obiettivi: favorire la formazione di nuove famiglie, prevenire e rimuovere le difficoltà economiche e sociali di quelle già costituite; sostenere il valore personale e sociale della maternità e della paternità; supportare il ruolo genitoriale e facilitare l’accudimento della prole; sorreggere la famiglia nei suoi compiti assistenziali ed educativi; sorreggere forme di autorganizzazione e di mutuo aiuto solidaristico tra le famiglie per la cura dei bambini, degli adolescenti, degli anziani e dei disabili; garantire il rispetto del diritto di libera scelta della famiglia, nei confronti dei soggetti erogatori di servizi e prestazioni.
Gli interventi concretizzati sono stati (ed è il caso lombardo in quanto realizzati e monitorati da due anni ):
- accesso alla prima casa: sono stati concessi aiuti economici a giovani coppie, alle gestanti sole, al genitore solo con figli minori a carico, a nuclei familiari con almeno tre figli. Nello specifico sono stati concessi finanziamenti a tassi e condizioni agevolati, consistenti in contributi per l’abbattimento del tasso di interesse sui mutui contratti dai beneficiari;
- prestiti sull’onore: sono contributi destinati a finanziare spese per le necessità della vita familiare. Sono concessi a famiglie in temporanea difficoltà economica e restituibili senza interessi con un piano di rimborso;
- servizi socioeducativi: sono stati potenziati i servizi integrativi dedicati alla prima infanzia, alternativi all’istituzionalizzazione, i c.d. nidi famiglia;
- supporto e formazione al ruolo genitoriale: sono stati organizzati corsi per l’approfondimento di tematiche educative
- interventi sociali e sanitari alternativi all’istituzionalizzazione: è stata avviata una sperimentazione di erogazione di buoni sociosanitari. Il buono sociosanitario è una provvidenza economica a favore dell'anziano o del disabile non autosufficiente, erogabile quando l'assistenza viene prestata da un care giver familiare o appartenente alle reti di solidarietà. Il buono è utilizzabile sia per il sostegno del nucleo familiare impegnato nell’assistenza, sia per l’acquisto di prestazioni domiciliari erogate da soggetti accreditati, in ottica di voucher. L’obiettivo primario che è stato perseguito è quello di favorire la vita autonoma e la permanenza a domicilio dell’anziano soddisfacendo i propri bisogni attraverso la libera scelta delle modalità di assistenza e dei soggetti erogatori di prestazioni.

Il quadro così delineato dagli interventi regionali sopraricordati (che sono gli ultimi temporalmente predisposti) indica una tendenza: là dove si comprende maggiormente l’importanza della famiglia, con più facilità se ne disegna un ruolo sociale, capace persino di intervenire in un nuovo disegno di welfare: è uno degli elementi che gli studiosi indicano come rilevante per un passaggio dal welfare state alla welfare society.
E’ questo un percorso coraggioso che si sta tracciando nella consapevolezza che, pur nella diversità delle finalità e quindi delle iniziative conseguenti, una politica che favorisce l’incremento delle nascite è un segmento di una più complessa e completa politica della famiglia.
Coraggioso perché significa ripensare il ruolo della stato e degli enti locali nei loro interventi nel sociale: interventi che non possono solo più essere caratterizzati da una risposta al bisogno e quindi prevedere delle conseguenti azioni di tipo assistenziale, ma anche e soprattutto scelte operative di sostegno e promozione del positivo che è già presente nella società.

Il quadro normativo –statuale e regionale- che abbiamo delineato verte per buona parte sulle politiche dei trasferimenti: invero il dibattito sugli interventi a sostegno dei redditi familiari è in corso; la discussione verte sull’adozione dello schema, di derivazione francese, del quoziente familiare.
L’esigenza di maggiore equità orizzontale spinge a proporre l’adozione di misure di riequilibrio rispetto ai problemi di iniquità creati dalla tassazione individuale in vigore dal 1976.
Senza entrare in tecnicismi, il concetto di fondo determinerebbe una inversione di rotta per il sistema fiscale italiano: verrebbe individuata nella famiglia in quanto unità decisionale, e non più nell’individuo, l’unità impositiva dell’irpef.
Lasciamo appunto agli specialisti entrare nel dettaglio e determinare i confini della discussione; preme invece verificare se a livello di comuni si possa impiantare un sistema di tassazione e di tariffe locali che tenga conto della composizione del nucleo familiare o più in generale “della famiglia” come soggetto tributario.
Anche in altre materie le politiche familiari richiedono iniziative proprie degli enti locali che debbono programmarle ed adottarle in maniera autonoma e originale.
Ricordo soprattutto i servizi per l’infanzia o per gli anziani, certi aspetti della politica dell’abitazione o quelle educative.
In altre materie ancora (es. mercato del lavoro) le politiche nazionali ragioneranno in termini di parametri standard, ma spetterà alle comunità locali attualizzare nel proprio contesto: per rimanere nell’esempio, la declinazione dei tempi del lavoro con quelli della città a loro volta conciliati con le politiche dei tempi familiari.
Il ragionamento, se proseguito, apre altri orizzonti di studio e di interventi, ma qui mi fermo perchè in questa sede ho voluto inquadrare (e a questo mi attengo) e delineare il senso, il carattere strategico e le linee-guida di una crescente attenzione che il mondo della politica ha per la famiglia e che i dati demografici nazionali e piemontesi portano in primo piano con tutta evidenza.
E proprio per invertire i trend negativi occorre valorizzare la positività che c’è nella nostra società e questa positività è data innanzitutto dalla positività di un soggetto – la famiglia – che è immanente nella società, nonostante tutti i cambiamenti e l’evoluzione della stessa.
Per troppo tempo si è pensato che parlare di famiglia fosse limitato solo al parlare di singoli problemi o di criticità delle famiglie a cui rispondere con politiche prevalentemente assistenziali senza rendersi conto che la nostra stessa società si stava sviluppando grazie al contributo che tutte le famiglie silenziosamente hanno comunque e sempre dato svolgendo la loro funzione. E questo sottolineare le difficoltà o le criticità ha generato sfiducia nelle potenzialità delle famiglie (e una delle conseguenze è appunto anche la denatalità).
Ora bisogna giocare la carta della positività della famiglia puntando alla sua promozione come a uno dei soggetti capaci di suggerire e praticare soluzioni forse “vecchie”, ma che se proiettate nella dimensione delle comunità locali diventano “nuove” cioè che innovano la cultura del vivere e che permettono di darne il giusto riconoscimento istituzionale.
Chiunque abbia a cuore l’uomo, qualunque ruolo ricopra –sociale o istituzionale- proprio perché vuol bene a se stesso non può esimersi a confrontarsi con la famiglia come risorsa, come capitale umano spendibile per dare un futuro alla società d’oggi.
Questa è una questione di coraggio e di verità.

 

Ugo Cavallera

 

 

 

 

 

Piercarlo Fabbio Sindaco di Alessandria