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Venerdì 18 agosto 2017

Piercarlo Fabbio Sindaco di Alessandria

   
   

   

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12/11/2015

LMCA: Migranti, emigrati e ‘italian style’

Alessandria e Valenza tra Giuseppe Borsalino e Vincenzo Melchiorre. Gli albori dell'oro di Valenza

   

LMCA: Migranti, emigrati e ‘italian style’

“Storie drammatiche di migranti, che sbarcano sulle nostre coste scappando via da paesi inospitali. Cosa cercano? La pace, la tranquillità, un lavoro, il benessere? O cos’altro, la possibilità di usare l’Italia come trampolino per giungere in un altro Paese di un Europa mai nata e che proprio in questi momenti mostra più decisamente i propri limiti?”. Se lo chiede Piercarlo Fabbio nella puntata di martedì 23 giugno de ‘La Mia Cara Alessandria’ in onda sulle frequenze di Radio Bbsi e disponibile nelle sezioni podcast sui siti www.fabbio.it e www.ritrattidall’alba.it.
Ogni volta che si parla di migranti, utilizzando l’argomento a favore o contro a secondo delle posizioni, si cita il caso degli italiani che da metà dell’Ottocento in avanti, sono emigrati all’estero. Molti senza più tornare, altri rivedendo la loro patria in tarda età, come già raccontato a proposito di ‘O rey del trigo’, il re del grano, Giuseppe Guazzone da Lobbi. Ma questa volta Fabbio affronta un tema più impegnativo, quello dell’italian style e del ruolo avuto da Alessandria e Valenza, partendo da due emigranti e scoprendo un possibile enigma. I due protagonisti indiscussi sono Giuseppe Borsalino e Vincenzo Melchiorre, l’enigma è quello della nascita dell’oreficeria industriale a Valenza, di cui proprio Melchiorre è considerato il padre. Prima di arrivare ai due ‘bersagli’ è necessario però raccontare alcuni antefatti che ancora una volta ci portano nel secolo che nasce con la battaglia di Marengo, impone il modernismo napoleonico e termina con l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, quella in omaggio alla quale venne eretta la Tour Eiffel.
Andiamo per ordine partendo dal 1817, anno in cui Francesco Caramora - originario di Pavia - apre una bottega orafa in Contrada Maestra a Valenza e nel 1825 deposita il punzone (lo strumento con il quale si incide sul metallo il titolo della lega d’oro o d’argento), segnando il passaggio da semplice commerciante ad artigiano orafo. Caramora è già un orafo ed è un emigrante, visto che arriva da un’altra nazione, il Lombardo-Veneto, e si insedia nel Regno di Sardegna. Perché Valenza - centro romano, porto fluviale sul grande Po, durante la sua storia medievale e moderna ai confini tra Piemonte e Lombardia - al pari di Alessandria era stata essenzialmente legata a Milano. Monferrina nel territorio, ma politicamente fedele ai Visconti, Sforza, Spagnoli e poi, nel 1713, collocata nei possedimenti dei Savoia. La sua economia era basata, oltre che sulle vie di comunicazioni e i traffici offerti dal Po, su agricoltura, coltivazione di cereali e foraggi, produzione del vino. Un minimo di produzione protoindustriale, si poteva avere con la coltivazione del gelso, del baco da seta e delle filande a fine Settecento. Nulla da poter considerare trainante rispetto all’agricoltura e ai commerci. L’attività orafa non è documentata, anzi, paradossalmente è la vicina Alessandria a prevalere in questo campo. La città tra Tanaro e Bormida infatti vantava fin dal Cinquecento una tradizione basata sull’attività di numerose botteghe. Conosciuti fin da allora i punzoni per garantire il titolo dell’oro e dell’argento depositati in Alessandria. In più poteva contare su una manodopera numericamente consistente, competente e capace di realizzare oggetti nei metalli preziosi. A Valenza dunque - esclusa qualche rara bottega, come quella del Caramora - non si era insediata una vera attività di oreficeria. Bisogna aspettare il 1845 per incominciare a individuare qualche indizio che sveli l’avvio di un’attività che poi farà assumere alla città sul Po il titolo di ‘città dell’oro’ o, come qualcuno l’ha chiamata dopo il riconoscimento Unesco al nostro territorio collinare, ‘gemma del Monferrato’.

Nel 1845, in un clima di spasmodica ricerca per la nascita di una nazione naturale come l’Italia, alla vigilia della prima guerra d’Indipendenza - ma con alle spalle i sommovimenti dei moti del 1821 e 1833, avvenuti nel Piemonte savoiardo come in molte parti del Paese, da Genova a Napoli, a Milano - Vincenzo Morosetti dà vita a un laboratorio artigiano orafo. Del resto qualche spazio c’è nel mercato per piazzare prodotti preziosi, anche perché è diffusa la pratica del tesoreggiamento, cioè l’accumulo a titolo di bene-rifugio di moneta e di metalli preziosi da parte di privati. E’ un accumulo sterile, non votato all’impegno delle riserve per investimenti, ma costituisce comunque un potenziale spazio di mercato. Chiama in aiuto due operai alessandrini, Carlo Bigatti e Francesco Zucchetti. Ulteriore dimostrazione dell’irreperibilità a Valenza di manodopera specializzata. Morosetti è un migrante che era stato al di là dell’Atlantico per imparare il mestiere. Anche Bigatti e Zucchetti lo sono, visto che in quel tempo lasciare una città per un’altra costituiva una scelta di vita. Il pendolarismo non era ancora cosa possibile. Qualche anno dopo i due operai lasciano il Morosetti e aprono un laboratorio più attrezzato. Si mettono in proprio, moltiplicando la presenza degli orefici a Valenza. Il loro marchio è ‘B e Z’.

Prima domanda: il caso è risolto? Chi inizia l’industria orafa a Valenza: Caramora, Morosetti o ‘B e Z’? Probabilmente nessuno dei quattro anche se qualcosa in quegli anni sta cambiando, perché si sa che a Valenza è presente un primo rappresentante di oro e manufatti preziosi: Francesco Porta. Questo fa dire a Libero Lenti - banchiere, dirigente d'azienda e saggista, originario di Casalbagliano – “che i produttori incominciavano a non avere più un rapporto diretto con i consumatori, ma avevano cominciato a essere intermediati. Un altro passo verso l’industria, ma non ancora decisivo”.

Del resto le condizioni del mercato non spingono certo verso la creazione di un’industria del lusso. Vi è poco reddito e ancor meno da mettere in oggetti preziosi. Chi produce deve approvvigionarsi di oro e di materie preziose e la povertà del mercato locale non favorisce gli acquisti di materia prima. Il basso livello di redditi di origine agricola impediva una rapida accumulazione di capitale, così come una certa ritrosia a investire il surplus nell’industria. Così la produzione rimaneva su basi artigianali. Tra il 1861 e la definitiva unità d’Italia con la presa di Roma nel 1870 e poi con lo spostamento della capitale da Firenze (1871), probabilmente solo l’azienda di Carlo Bigatti ha le caratteristiche per definirsi industria. Ha 24 dipendenti, divisi in quattro categorie: incisori, orafi, smaltatori e pulitrici. La produzione riguarda oggetti di piccole dimensioni come orecchini, anelli e spille. Proprio nel 1861 Bigatti spende 114mila lire per l’acquisto di materie prime e ne incassa 158mila vendendo gli oggetti prodotti. Un valore aggiunto del 28 per cento. Siamo ormai al termine dell’era del pionierismo orafo valenzano. Da lì a poco capiterà qualcosa che rivoluzionerà una vocazione che finora aveva vissuto tra episodi interessanti e tanta buona volontà. In questo momento, a metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, il nostro personaggio è un semplice emigrante. Sta a Parigi per imparare un mestiere. Poi si trasferirà a Firenze e a Roma, seguendo le capitali. Ritornerà a Valenza nel 1874 e lì darà inizio alla vera industria di quella che diventerà poi la ‘città dell’oro’. Si tratta di Vincenzo Melchiorre, uno dei padri dell’oreficeria moderna in Italia.
Un po’ di tempo prima, partendo da Pecetto e ritornando ad Alessandria, un altro migrante aveva più o meno fatto lo stesso percorso: ‘u siurPipen’, Giuseppe Borsalino. Le loro storie ci appassioneranno, perché sono storie del Monferrato e dell’Italian Style…

La rubrica ‘Reclame d’annata… però’ propone da ‘Noi e il mondo’ del 1913 i prodotti della ‘Ditta G. Colombini’ e della ‘Vender’. I ‘Proverbi’ ricordano che “Chi cu taja el gron bason u porta a ca’ la paja e nenta el gron”, che “O verd o madur, a giugn us taja el gron” e che “Se giügn a l’è süc, la vigna a l’è siura”.

Ne ‘L’almanacco del giorno prima, fatti successi tanti, tanti anni fa in Alessandria’ San Lanfranco Beccaria di Groppello; la playlist musicale della settimana regala un ‘Mix Italiano’ di Roberto Cristiano: Biagio Antonacci, Antonello Venditti, Charles Aznavour, Francesco De Gregori, Gianna Nannini, Luciano Ligabue e Zarrillo.

 

 

 

 

 

Piercarlo Fabbio Sindaco di Alessandria